Filippo Cannata
“Il tutto per suscitare emozioni”
“Quando si parla di luce sono molti gli aspetti da prendere in considerazione,” afferma Filippo Cannata della Cannata & Partners LightingDesign Communication in Italia. “Ci sono problemi di restauro, ristrutturazione e conservazione. C’è la luce intesa come comunicazione. La luce considerata un elemento architettonico e, in quanto energia, una fonte di energia! È come se qualunque oggetto illuminiate, si animasse. Irradiasse energia come se dovesse raccontare una storia di giorno insieme al sole e di notte al chiaro di luna sostenuto dalla luce artificiale.”

Piazza dei Contio Guidi, Vinci, Italy © Aurelio Amendola
Che cosa intende quando parla di luce come comunicazione? “La luce intesa come comunicazione è un argomento straordinariamente importante. Pensi che quattro anni fa ho cambiato il nome della mia società aggiungendo la parola ‘Communication’. Sono attratto da due elementi fondamentali: il primo è la sostenibilità e il secondo è la comunicazione, perché la luce è una forma di comunicazione. Io ne sono profondamente convinto. E ritengo inoltre che se la luce non avesse elementi di semplicità non sarebbe capita. Non sono gli esperti ma la gente ordinaria, l’uomo della strada che si ferma, osserva e sorride. Questa è la comunicazione della luce. Tuttavia molto spesso l’architetto e il progettista della luce cercano l’effetto “meraviglia”. Perché? Forse per via di un’ossessione auto-celebrativa. Gli strumenti sono tutti disponibili sul mercato, a partire dal colore e dalle tecniche semplici che dovrebbero essere utilizzate per ottenere un riscontro semplice dall’illuminazione. Eppure abbiamo raggiunto uno stadio di follia estrema: pensate a Dubai, Shanghai, Pechino. Agli occhi di uno come me, un uomo mediterraneo, certe implicazioni sono inimmaginabili. Da noi siamo abituati alle piazze, un luogo circoscritto e umano. Quei luoghi sono completamente primi di umanità. Una città come Dubai mi fa paura e mi rende ansioso; non ci potrei mai vivere. È un mondo artificiale senza punti di riferimento. Lì l’uomo non è considerato un essere umano. Posso capire la sicurezza ma va a finire che si spreca una quantità enorme di luce. E poi parlano di risparmio energetico! È come con l’informazione: ne siamo bombardati, siamo dominati da una miriade di mezzi di comunicazione. Com’è possibile sbarazzarsi dalla confusione che ci circonda e utilizzare la luce per fare un salto e spiccare il volo? Ma nello stesso tempo senza dimenticare l’aspetto energetico? Bisogna capire come la luce artificiale possa entrare nella magia dell’architettura, eliminando l’effetto “meraviglia” e riportando alla luce il valore del linguaggio e della comunicazione.. Sono queste le domande più importanti che uno come me dovrebbe farsi.”
Che cosa ha maggiormente influenzato la sua carriera? “Nella mia vita ho incontrato moltissime persone che mi hanno dato tanto. All’esordio della carriera ho avuto la fortuna di incontrare Mimmo Paladino. È un artista ma soprattutto un compagno e un amico. L’incontro ha condotto alla nascita di una specie di laboratorio sperimentale. È sempre affascinante ascoltare le parole di un artista. Quello che faccio per me non è un lavoro ma è la vita. L’esperienza del “palcoscenico” consiste nell’inseguire un’emozione, co-operare con l’artista, cambiare le luci per raccontare una storia e non semplicemente per fornire la luce. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Jonathan Speirs, uno dei lighting designer più importanti d’Europa. Insieme a lui ho vissuto l’esperienza della progettazione. L’esperienza con Jonathan è stata molto utile per capire che direzione avrei dovuto prendere. Successivamente ho incontrato personaggi come Dino Gavina, un esponente di Extraordinary Design. Munari, Aldo Cibi, Matteo Thun – personaggi dei quali sono diventato amico e con cui ho vissuto esperienze straordinarie. Al centro delle esperienze c’è sempre l’uomo con le sue emozioni. Un messaggio semplice con un considerevole contenuto emotivo. Più o meno è la storia della mia vita professionale.”
Che ruolo gioca la tecnologia nei suoi lavori? “Per me la tecnologia è sempre stata come un giocattolo nuovo; mi ha sempre affascinato. Ho seguito la tecnologia e le sue potenzialità. Ma per certi versi sono piuttosto cauto perché la saggezza che arriva con l’età porta a muoversi con cautela. A volte mi affido alla tecnologia – come nella piazza di Vinci. Per risparmiare energia ho suggerito al sindaco di installare un impianto che riducesse la luce dalle 2 alle 6 di mattina. Stanno risparmiando molti kilowatt e in questo caso la tecnologia è stata necessaria. Mi occupo di illuminazione ormai da parecchio tempo. Mimmo Paladino ha vinto la gara per la piazza insieme ad altri artisti. È stato un lavoro straordinario perché portato avanti da professionisti di discipline diverse che convergevano tutti su un unico progetto.”
É un approccio che succede di frequente? “No. Generalmente l’architetto completa le opere architettoniche e poi viene da te. A mio parere bisognerebbe lavorare su un progetto a partire dall’inizio. Purtroppo capita raramente. Solo i grandi nomi dell’architettura capiscono il valore di certe cose e sono gli unici a coinvolgerti sin dall’inizio. A volte capita di rincontrarli dopo tre mesi o un anno e riconosci nel progetto una parte di te e del tuo lavoro. Ma riconosci anche il lavoro delle persone responsabili dell’acustica, dei materiali e di tutti i settori coinvolti… E questo è il risultato di un progetto autentico … è armonia vera, tutti collaborano a un comune obiettivo!”
C’è un progetto particolare che indica il momento di transizione nella sua carriera? “Mi sono occupato dell’Hortus Conclusus di Benevento, che considero uno dei momenti più importanti della mia carriera di architetto. C’è un progetto realizzato in una piccola piazza al centro di Benevento la cui ristrutturazione è stata affidata a Mimmo Paladino. Abbiamo lavorato su due binari diversi, quello dall’arte e quello dell’architettura. Siccome ci conoscevamo ed era la prima volta che anche a lui commissionavano questo genere di lavoro, ci incontravamo in cantiere tutte le sere dopo che gli operai se n’erano andati per cercare di capire cosa sarebbe successo alla fine dei lavori. Da un lato mi divertivo, dall’altro capivo l’importanza del progetto. Passavamo le serate non tanto a discutere sul layout o sull’illuminazione ma a immaginare le persone che avrebbero frequentato quel luogo, i loro pensieri e le loro sensazioni. Ne parlavamo anche con amici dai background più disparati. È stata una vera e propria palestra per la mia vita professionale e mi ha aiutato a capire come fosse importante viaggiare con la fantasia piuttosto che basarsi su automatismi professionali.”
Che emozioni volevate suscitare con l’Hortus Conclusus? “L’Hortus Conclusus non è uno spazio pubblico convenzionale: è un capolavoro all’aria aperta, qualcosa da sperimentare e consumare con l’anima. Ogni singolo elemento ha una sua valenza simbolica e trascende le suggestioni che toccano l’anima di chiunque cammini in questo spazio straordinario. Di notte avevo l’opportunità di completare il lavoro dell’artista avvolto da un’atmosfera notturna capace di rivelare le tensioni e le energie impossibili da individuare alla luce del giorno. Ho cercato in tutti i modi di rendere invisibili gli impianti di illuminazione perché volevo trasmettere la sensazione che la luce nascesse in quello stesso spazio, come se gli elementi architettonici e le sculture avessero un’energia visibile solo di notte.”
Che cosa c’è di diverso rispetto alla Piazza di Vinci? “La differenza principale tra i due spazi è che l’Hortus Conclusus è un luogo con una stratificazione storica molto importante, un progetto paragonato al tema della memoria e all’influenza che il passato può esercitare sul presente e sul futuro, un luogo metafisico adatto alla meditazione. La piazza di Vinci è la riflessione di un grande artista sulla genialità di Leonardo da Vinci, è un open space, un tributo al sapere, un invito a camminare verso la conoscenza. In entrambi i progetti abbiamo visto la luce come l’elemento materiale che sottolineasse gli aspetti più direttamente legati al piano emotivo.”
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Biografia
Location
Benevento, Italia
Background
Lighting Design
Specializzazioni
Architectural lighting design
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Un libro che esplora le culture dell’illuminazione: 47 conversazioni con Progettisti dell’Illuminazione
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